Il racconto telematico

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Il racconto telematico

Messaggio  virginia foderaro il 22/01/08, 02:50 am

Per chi sta giocando con noi il racconto proposto contiente tre parole: gioco, fumo che esce dai tombini e sogni rubati.
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virginia foderaro

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Il racconto telematico vol. 1

Messaggio  Amarinta il 22/01/08, 03:01 am

A New York, nelle notti di luna piena, esce del riverbero di fumo dai tombini della città. È il sistema di riscaldamento dei ristoranti, mi hanno detto.
Avviene ogni sera, ma con la luna piena si vede di più.
Ed è un gioco camminare fra quelle ombre luminescenti. Translucide, quando la luce riflette anche la pioggia.
Esalo respiri freddi che diventano nuvole, e alzo lo sguardo al cielo per bere, con gli occhi, le mie amate stelle.
Osservo i disegni che creano nel cielo, mentre cammino fra i fumi dei tombini di New York. Mi districo fra donnine vintage e giovani virgulti dalla pelle che pare cioccolata fusa. New York. Questo mondo straniero dove mi sono persa.
I miei sogni rubati volano ancora fra queste case, e nessuno potrà più restituirmeli.
Sono felice, in questa semplice e colorata notte, è vero.

Ma io non volevo questo da New York.
Non agognavo a violente luci e soffusi baci, non sapevo niente della promiscuità, della moltitudine, delle folle esaltate.
Io cercavo solo lui.


Ultima modifica di il 22/01/08, 12:51 pm, modificato 1 volta
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Secondo (me)

Messaggio  virginia foderaro il 22/01/08, 03:07 am

Provai a stare al suo gioco, ma non mi riuscì. Lui di New York amava ogni cosa, le strade, i vicoli, quei tombini fumanti, icone di una città del progresso che però nasconde la sua rabbia e la sua povertà nelle strade secondarie, nei sobborghi malfamati. Per lui tutto era una sfida, anche il sapermi sulle sue tracce a cercarlo disperatamente, a fare di me il suo zimbello, con gli amici al bar, a bere la sua wodka Absolute fino all'ultima goccia, mentre lui se ne fregava di me. Ladro di sogni, così lo avrei richiamato alla memoria
ogni volta nel ripensare a lui, alla città maledetta, alla sua voglia di viverla tutta.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  Salvo Zappulla il 22/01/08, 11:21 am

New York. Città maledetta! Dolce chimera. L'avevo sempre sognata quella città. L'america. La grande metropoli. Ricordi offuscati dall’alcol riaffiorano nella mente: la stazione deserta, una nebbia fittissima, luci opache tentavano invano di scalfirla. Tanta desolazione. Seduti su una panca di marmo, mano nella mano, due ragazzi facevano progetti per il futuro. Manifesti affissi alle pareti invitavano alla protesta. Contro chi? Contro cosa? La miseria, lo squallore, le ingiustizie? Rabbia, noia, frustrazioni si condensavano dentro l’anima pronte ad esplodere. La decisione covava da tempo, irrevocabile: voglio andarmene!
E mentre il treno si avviava sbuffando, dal finestrino vedevo l’esile donna con le spalle curve, lo scialle nero a coprire i solchi sul cuore. Si aggirava smarrita per i locali della stazione a chiedere notizie del suo unico figlio. “L’avete visto? l’avete visto? E’ un ragazzo biondo, bellissimo. Una gran testa matta. I libri l’hanno rovinato! Dice che vuole viaggiare, conoscere il mondo, vuole andare in America! E’ il mio unico figlio, capite? Il mio unico figlio! L’avete visto? l’avete visto? Ah, se ci fosse suo padre!”. Singhiozzi violenti la scuotevano. Avevo ritirato la testa dal finestrino. La prima stilla di fiele fu per lei: mia madre.
Sorseggio il mio liquore. Mi piace bere e fumare. Mi piacciono le donne. Tutte! E quella stupida che continua a cercarmi. Vorrebbe sposarmi, vorrebbe avere un figlio da me. Che stupida! Non ha ancora capito che per me è solo uno strumento di piacere. Le donne le uso e le getto via.
Esco nella nebbia. Il cielo è stellato stasera. Mi avvio barcollando
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Salvo Zappulla

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Re: Il racconto telematico

Messaggio  virginia foderaro il 22/01/08, 02:57 pm

Non aveva capito nulla di me. Ne ero certa. Se ne era andato per le vie del mondo a cercare altro. Ma aveva dimenticato qualcosa, quella parte di me che non si sarebbe fatta lasciare indietro. Io a New York ci ero andata davvero, non erano state solo parole. Avevo preso un volo di quelli a pochissimo prezzo ed ero volata dietro a lui. Ora il problema da risolvere era dove si fosse nascosto a guardare, naso all’insù, i grattacieli e a realizzare, faccia all'ingiù, la sua grande occasione. Oramai c'ero. Dovevo trovarlo e riportarlo a casa, fra la sua gente, altro che sogni.
“Non partire, potresti capire che quello che cerchi non esiste” gli urlai, rincorrendolo, ma non mi ascoltò.
Perché dovevo essere sempre io quella che insegue? E già perché? Ma già che c’ero mi giunse una nuova consapevolezza. Ero in America, e ci sarei rimasta. L’avrei cercata per me la grande occasione.
Trovai subito un lavoretto come dog sitter, mi davano sei o sette cagnolini di buona famiglia da portare a spasso nelle ore diurne. Potevo andare a prenderli e portarli con me tutto il giorno. Non vi dico che scene, avreste dovuto vedere. Io che non sapevo neanche una parola di inglese e quei cagnolini che capivano solo lo slang. Mi stavo iniziando a divertire. Arrivata con tanta nostalgia e delusione nel cuore, avevo scoperto che nella vita esisteva anche l’ironia.
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Messaggio  Amarinta il 22/01/08, 03:47 pm

In tutte le mie risate, però, c'era un sottofondo amaro. Qualcosa che sapeva di lui echeggiava ancora nelle mie corde. Potevo sorridere guardando Shelly - una barboncina candida - mentre ruzzolava sull'erba bagnata del Central Park, che sentivo una fitta pensando al suo nome. Una fitta proprio lì, sul cuore.
Con Shelly come in lavanderia, al ristorante come per strada.
Ovunque potevo pensare a lui e dolermene, nella nuova vita semi-perfetta. Il mio lampo, il mio flash. Che veniva nel tempo di pochi battiti e spariva, sul fondo di un boccale di birra o nel mozzicone di una sigaretta appena fumata.
Lui, mio rimpianto ed eterna delusione.
New York stava diventando il mio mondo, ma lui non ne faceva parte. Respirava la stessa aria e fissava la stella luna, ma non dividevamo le stesse lenzuola.
Eppure lo amavo, maledetta me. Lo amavo tantissimo, con le mie parole stentate e spastiche, e i miei sentimenti aggressivi come lamette sotto le unghie. Lo amavo da sempre, ma lui non lo sapeva. Lo amavo quando è scappato. Lo amavo quando mi amava e quando mi ha cacciata. Lui è stato il mio amore folle, la mia parte autodistruttiva. Lui, scabbia sottopelle che mi dilania l'anima, in questa città splendente.

Mi ero affezionata a Shelly, quel tanto che bastava da restituirla per ultima, il pomeriggio, prima di prendermi la notte intera e le sue sfumature.
New York dopo il tramonto, tutta Vaudeville e taxi.
Quando lo vedo - e non è un'allucinazione. Lo vedo e non sono morta, non sono svenuta, non sono strippata, non ho ancora bevuto. Io sono a New York. Lui è a New York, a pochi metri da me, che attraversa la strada.

Il suo nome corre sulla mia lingua prima ancora che me ne renda conto. Solo un sussurro. Non mi sente, così. Ma non mi sentirebbe neanche se urlassi.
Forse.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  Salvo Zappulla il 22/01/08, 04:01 pm

Un lampo squarcia il cielo. Eppure mi era sembrato sereno. Infosso la spalle dentro il cappotto. Stasera mi sento triste, forse ho bevuto troppo, come sempre. I ricordi riaffiorano molesti, non mi concedono tregua. Lasciatemi in pace folletti maligni, io sono nato per stritolarla la vita, non per le debolezze. Da quel giorno ne ho percorsa di strada, arso dal sacro ardore del conoscere. Il mondo l’ho afferrato con le mani. Ho conosciuto gente di tutte le razze, pronta ad adularmi o a pugnalarmi alle spalle. Con le scarpe rotte, in Piazza Rossa, sopra neve dura come marmo, mi prendevo gioco della vita. Ci pensava la vodka a riscaldarmi. E i bivacchi sotto le stelle con i nomadi del deserto. La zingara che danzava per me a piedi nudi. La dissolutezza come essenza dell’esistere. L’arte della seduzione. Le geishe, strumento di piacere. Poi mi sono stabilito in America, ma prima dovevo conoscere il mondo. Perché ora riaffiora quel viso? La ragazza del mio paese, la prima donna che mi ha parlato d’amore, di affetti, voleva mettere su famiglia; minacciava di suicidarsi per me. Per me! Chissà poi se l’ha fatto davvero. Dio, quant'era bella! I suoi occhi sembravano puntati verso l'infinito, a cercare un Dio, lassù, tra le nuvole. Non riesco più a ricordare il suo nome, ma gli occhi sì, sono due lame dentro le mie ferite. E' stata una fortuna per lei la mia partenza. Non genera germogli un albero senza radici. Il mio ciclo si chiude con me, non lascio eredi a perpetuare la mia specie scellerata. L’ho spremuta fino all’ultima goccia la mia vita. O forse l’ho sprecata.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  virginia foderaro il 22/01/08, 07:16 pm

La nuova città mi aveva catturata completamente con la sua stravagante indifferenza. In quel posto ognuno poteva essere ciò che voleva. Un mattino si svegliava e decideva di diventare qualcuno. Intorno a lui si apriva una rosa di possibilità. Mi sentivo libera, finalmente. Non più tutto quel dolore nello stomaco, non più tutto quell’amore deluso, ma solo possibilità. Ero lontana da sguardi indiscreti, passeggiavo fra gente che raggiungeva il suo scopo. Il sentimento che provavo per lui, Gianni - non l’ho mai nominato con il suo vero nome fino ad ora - era qualcosa che mi apparteneva fin dentro le ossa, che premeva su fegato e milza, che mi toglieva il fiato. Ma adesso io avevo reagito. Per dormire avevo trovato ospitalità nella casa della figlia di mio zio Diego, il fratello di mia madre. La mia cugina adorata, Fanny, che non vedevo da dieci anni, mi accolse al telefono con entusiasmo insperato in quelle mie ore disperate: “dai vieni da me, fa’ presto. Mi racconterai tutto. Sei arrivata fin qui per quel Gianni. Ne ho sentito parlare. Un comunista!” e non vedeva l’ora che andassi a stare da lei, in un loft nel cuore del quartiere di Soho, quello degli artisti. Fanny aveva da poco compiuto trent’anni ed era una pittrice. Fu lei a trovarmi il lavoretto dei cani. E fu lei che mi spinse ad accettare un lavoro più remunerativo: la modella di un pittore eccentrico e affascinante di nome Sean Morris. E così la domenica mattina del 20 gennaio mi recai nel suo laboratorio per incontrarlo. Fanny venne con me, pensava che Sean fosse troppo bizzarro per potermi lasciare andare da sola.
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Messaggio  Amarinta il 23/01/08, 01:25 am

Era lui. Davvero, sono sicura, ma la mia lingua ora è muta. Non posso urlare, non posso muovermi.
Sono ferma sul marciapiede, unico punto in una fiumana di gente in movimento, e i miei occhi lo seguono.
Preferirei mille volte pensare di aver sbagliato.
Vorrei che si voltasse, e che un volto sconosciuto desse torto ai miei pensieri.
Ma il mio cuore è un mostro veggente, lo ha riconosciuto prima ancora della mia mente.
Quelle sono le sue spalle. Il suo impermeabile. La sua nuca.
Le mie mani ancora sentono i suoi capelli sottili e la linea forte della mandibola.
Il naso dai tratti dolci, e la bocca calda di miele lì - oh - sul mio collo. Ho lembi di pelle, dove un tempo mi aveva marchiata a fuoco di baci, che ora ardono mentre seguo la sua schiena. Il padrone richiama a sè quello che aveva lasciato.

Urlare non posso. Morire non posso.
Qualcosa blocca tutto.
E il semaforo è stato verde per troppo tempo.

Una goccia nell'oceano, penso. Se non lo seguo ora, non lo troverò mai più.
Mia malaria e cancrena, devo seguirti prima di cedere.
Con le mie ultime forze tento uno scatto sulle strisce pedonali mentre la luce verde, lenta e inesorabile come un colpo di mannaia, scatta e diventa rossa.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  virginia foderaro il 23/01/08, 03:10 am

Attesi impaziente che l'uomo mi ricevesse nella sala d'attesa del suo studio d'artista. Ero seduta lì, sprofondata nella poltrona di cuoio marrone, da mezz'ora. Fanny alla fine mi aveva lasciata, sarebbe tornata a riprendermi. Non voleva che Sean si accorgesse della sua incertezza nel lasciarmi da sola con lui, per non offenderlo né contrariarlo. A Sean tutti davano ragione, mi aveva confidato nel momento prima di entrare. La porta era accostata, la spinse con delicatezza e mi fece strada. Sembrava conoscere alla perfezione quel luogo, come se ci fosse entrata dentro un milione di volte. Un odore persistente di vernici e colori si innalzava nell'aria, e si mescolava con gli aromi che salivano dalla strada, di hot dog e patatine fritte. Sebbene io non parlassi la sua stessa lingua, mia cugina mi tranquillizzò che ci saremmo capiti con i gesti, gli argomenti fra noi, del resto, non sarebbero stati complicati. Lui avrebbe valutato con un colpo d'occhio se il mio volto e il mio corpo gli avrebbero ispirato attimi di creatività. Fanny non aveva dubbi in proposito.
"Vanessa passo a riprenderti, non farti incantare, quell'uomo è un seduttore. Sei avvisata" e richiuse la porta dietro di sé. Ero nervosa, mi sembravano gli attimi che precedono un esame importante, un colloquio che mi avrebbe cambiato la vita. Era strana la vita. Gianni era stato il mio pretesto per arrivare fin laggiù e ora non dovevo fare altro che riconoscere almeno a me stessa che avevo preteso l'impossibile. Perché nell'angolo più remoto di me io sapevo che Gianni aveva un'altra donna. La stessa che probabilmente era corsa dietro di lui per riprenderselo. La stessa donna arrivata in quella città che in quelle stesse ore ospitava anche le mie inquietudini, e che immaginavo intenta a cercarlo, anche lei come me. La vidi vagare per le strade, ai semafori verdi e rossi, con la medesima ansia di un cacciatore che rincorre la preda. La sua preda! Provai pena per lei. Pensai a quanto dovesse sentirsi sola e anche disperata. Ne intuivo il dolore che avvertivo sulla mia pelle.
Sean entrò interrompendo il mio ragionare con una risata contagiosa e carica di umanità. La sua figura avanzava nella stanza agile e snella, attraversava l'aria come se la sfiorasse. Venne verso di me e mi strinse la mano. Mi osservò, con un lungo e interminabile sguardo. Disse qualcosa che non capii e rimasi a fissarlo negli occhi, ipnotizzata dalla sua straordinaria fisicità.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  Salvo Zappulla il 23/01/08, 04:36 pm

E' splendida questa ragazzina. Ha negli occhi una luce altera, un orgoglio ancestrale. Indugio con lo sguardo dentro l'apertura della camicetta. I suoi seni sono due frutti acerbi da cogliere. Continuo a fissarla con malizia. Ritrae lo sguardo imbarazzata. Gioco con lei. So di piacere alle donne, ho un bel fisico e il fascino perverso dell'artista. Credo ne farò un sol boccone. La desidero, la desidero fortemente. Sarà il suo candore, l'innocenza dei suoi pochi anni, il rossore che le infiamma le gote mentre il mio sguardo si abbassa a esplorare i fianchi. Sono sodi e nervosi, come quelli di una gazzella. Comincio a parlarle dei miei dipinti, delle mie personali di pittura in giro per il mondo. E' una provincialotta, ascolta con gli occhi sgranati. La incanto con il piffero della mia eloquenza. Sono sempre stato un maestro nell'arte della seduzione. La adulo, le dico che il suo ovale del viso si presta benissimo per fare di lei una modella. E anche il resto, niente male. Niente male davvero! Lei rimane in silenzio, stordita. La sto ipnotizzando, sono un serpente dal fascino magnetico che avviluppa la sua preda. Mettiti dritta ragazzina, voglio studiare il tuo corpo, capire se si presta al genio della mia arte. Mi avvicino. Le alito sul collo, un caldo soffio che accarezza la sua pelle. La mia mano le sfiora il seno, sento il capezzolo turgido. Lei si ritrae, si irrigidisce. Capisco che devo avere pazienza. Cederà, anche lei. “Sei splendida” le dico ancora per ammorbidirla, hai davanti una carriera formidabile. Io farò di te una donna di successo. Lasciati guidare e vedrai la tua vita quali risvolti prenderà”. Accenna un timido grazie, impacciato e confuso. Lancio la stoccata. “Poseresti nuda per me?”.
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Salvo Zappulla

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Re: Il racconto telematico

Messaggio  virginia foderaro il 23/01/08, 05:50 pm

Come fargli capire che comprendevo la metà delle cose che diceva? Parlava velocemente, sorrideva, ammiccava in tutte le direzioni per tornare sempre con lo sguardo su di me. Mi prese le mani e accennò dei passi di valzer. Avevo compreso subito di piacergli, ma non avevo la minima idea di cosa stesse architettando. A quell’epoca avevo vent’anni, determinazione da vendere e un futuro da realizzare. Ero arrivata fino in quel paese lontano per conquistare i miei propositi, non avrei certo fatto l’altezzosa di fronte a un uomo grande di età, affascinante come un dio greco e bastardo quel tanto che bastasse per fare morire d’amore una donna, per quanto inesperta come me. Avevo attraversato l’oceano per ritrovare il mio Gianni, e questo era l’aspetto principale del mio soggiorno a New York. Poi, se un artista affermato voleva servirsi di me per soddisfare la sua vanità avrei lasciato fare. Io la mia occasione stavo per prenderla.
La porta dietro di noi si aprì inaspettatamente. Era Fanny, santo cielo. Mi aveva pregata di non farmi imbambolare da Sean il seduttore. E adesso mi trovava fra le sue braccia a muovermi sulle note lente di uno swing.
“Vanessa!” mi urlò contro mia cugina a metà strada fra l’incredulità e l'attacco isterico. “Non hai perso tempo, a quanto pare! E tu Sean, non ti vergogni. Ha solo diciannove anni!” ma questo glielo disse in inglese. E io lo capii perché fra le poche cose che sapevo fare avevo imparato a contare in quella lingua straniera.
“Venti, Fanny. Sono venti, da almeno quindici giorni!” le risposi scocciata che stava cercando di sminuirmi agli occhi del mio estimatore.
“Diciannove o venti fa lo stesso. Sean cerca sempre di bruciare le tappe. E con te questo non lo deve fare. Tu sei mia cugina!”
Compresi immediatamente che si stava trattando di una scenata di gelosia in piena regola. Dunque Fanny era caduta nella trappola del suo pigmalione? Era stata per qualche anno sua allieva e forse, ora capivo, non soltanto.
Mi sistemai la camicetta bene nei jeans, dopo tutto quelle suggestioni di balli lenti con Sean avevo un aspetto alquanto in disordine. Chiesi dove fosse il bagno e mi ci rintanai per non assistere al loro imminente litigio.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  Salvo Zappulla il 23/01/08, 08:06 pm

Stronza! E stronzo io che le ho dato il permesso di entrare senza bussare. Avevo la pollastrella tra le mani e questa mi arriva come una furia. Contengo la mia collera davanti alla ragazzina. Non voglio perdere il mio carisma ai suoi occhi. La festa è solo rimandata. “Fanny, puoi venire di là, per favore? Avrei bisogno di chiarire una cosetta con te”. Fanny mi segue in cucina, non si dimostra affatto pentita. Anzi, tira fuori le unghie. “Sei un porco! Un bastardo! Un maiale! Pure con le ragazzine ti metti? Non hai rispetto per nessuno”.
Mi siedo sul divano e mi verso da bere. E' patetica. “Rispetto? Le donne non vogliono essere rispettate. Vogliono essere scopate”. Rido di gusto.
“E' solo una bambina!”.
“Bambina? Non direi. Ha vent'anni. E non credo sia una verginella sprovveduta. Quella sa il fatto suo. Si stava già eccitando”.
“Maiale!” Fanny fa il gesto di prendere il portacenere e scagliarmelo addosso.
Mantengo la calma. “Non ci provare, te ne pentiresti”.
Scoppia in lacrime. Lo sapevo. Sapevo che sarebbe andata a finire così. L'attiro a me con dolcezza. “Vieni qui, stupidotta, lo sai che amo te. Sei tu la donna della mia vita, le altre sono solo una maniera per trascorrere qualche ora piacevole”. La trattengo sopra di me sul divano, la bacio con violenza sulla bocca. E' diventata docile come un agnellino, si farebbe squartare da me. La bacio sul collo, sul seno. L'accarezzo. Ci so fare con le donne. Comincia a gemere. La prendo con dolcezza, poi con rabbia. Fanny sta conoscendo il paradiso. Quando andiamo di là tiene lo sguardo basso. Sa che la ragazzina ha intuito tutto, la veste spiegazzata non lascia dubbi, e non riesce a sostenerne lo sguardo.
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Il racconto telematico

Messaggio  Amarinta il 24/01/08, 01:59 am

"Ma sei impazzita?" mi urla il tassista, infervorandosi come fanno tutti gli americani: agitando i pugni chiusi verso il cielo "potevo metterti sotto!"
Eh, però. Potevo anche raggiungerlo.
Ovviamente ora Gianni è andato. Sono sicura che fosse lui, perchè, ora che la sua immagina va sfumando, sento le mie speranze fare la stessa fine.
Mi volto verso il tassista, la mia attuale fonte di ogni male.
"Dica, è libero?"
La sua faccia è una maschera incredula.
"Non mi dica che si è buttata per strada col rosso solo per chiamare il taxi!"
"Trovarne uno libero a New York è dannatamente difficile"
Non si scompone. Mi lascia salire. Gli americani sono persone estremamente gentili, specialmente con i pazzi.

"Di dov'è?" mi chiede il tassista, immettendosi in un fiume di luci rosse e bianche.
"Italia" gli dico mestamente.

Non è mai una ragione di vanto, per me, tradire le origini, specialmente dopo tanti esercizi di dizione inglese. Al tassista è bastato ascoltarmi mentre pronunciavo il mio indirizzo di casa, nella calma dell'abitacolo, per capire che sono straniera. E la cosa non mi va giù. La mia unica ambizione è quella di essere internazionale. E forse trovarlo per vivere qui, e fare gli americani spensierati. O tornare in Italia, con le sue occasioni sprecate e le strade poetiche, per parlare delle immense luci al di là dell'oceano.
Ma qui, ora, non voglio essere un'italiana sperduta in America. Voglio essere una donna in città.
Alla ricerca di un uomo che mi volta le spalle.

*

Abito in un loft modesto, ma adatto alle mie esigenze. Magari dovrei giusto ridipingere le pareti, che sono ormai giallastre e invecchiate, ma per il resto è perfetto. Tranne per il mio vicino, Sean, un patetico fallito che sbandiera una presunta originalità da artista bohemièn e passa il suo tempo a farsi gridare addosso dalle varie amanti.

Sean ci provò anche con me, appena arrivata. Crede che io sia lesbica perchè l'ho mandato al diavolo.
Sempre meglio che afona, a furia di urlargli dietro come fanno tutte quelle donne.
Tiro un paio di pugni alla parete per rendere noto a Sean il mio ritorno a casa (per inquietare le sue mille donne, a dire il vero), affondo fra le lenzuola sporche del letto e mi copro la testa col cuscino.

Domani dovrei andare in lavanderia.
Domani dovrei riprendere i cani.
Domani dovrei decidere che cazzo fare della mia esistenza.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  Salvo Zappulla il 24/01/08, 02:45 am

Un altro lampo squarcia il cielo. Si rovescia un acquazzone violento. Mi riparo sotto i portici. Questa città mi è stata sempre nemica. Mi chiedo cosa ci faccio un questa cazzo di terra ostile. Mi chiedo perchè ci sono venuto. Ah, sì, volevo conquistare il mondo allora. La pioggia mi arriva sul viso e si mischia alle lacrime. Sto piangendo! Sto piangendo? Io, un duro. Riaffiorano i ricordi come tenaglie roventi a stritolarmi il cuore. Volevo andarmene, mi illudevo così di cancellare quel giorno maledetto. Ero entrato a casa. Mia madre stava parlando con la sorella, non si erano accorte della mia presenza. La zia le diceva:"Dovresti dire la verità a Gianni, prima che la venga a sapere da altri. Sarebbe peggio poi, chissà come la prenderebbe".
"Ho paura, a sempre idealizzato la figura del padre. Ne ha fatto un mito da emulare. Gli ho raccontato che era un pilota d'aerei. Sarebbe un schok violento per lui sapere la verità".
Ero rimasto impietrito. Poi avevo spalancato la porta. Mia madre, aveva ripreso il suo lavoro a maglia. Ancora così la ricordo, sempre alle prese con il suo maledetto lavoro a maglia. Le donne avevano sollevato lo sguardo su di me. Mi ero avvicinato minaccioso: "Chi era mio padre!"
"Gianni..."
"Voglio sapere chi era mio padre!".
"Te l'ho detto...".
La zia si era alzata dalla sedia ed era andata via.
"Mi hai mentito, non era un pilota, non è morto in un incidente aereo".
"Che importanza ha? Tu sei mio figlio, sei solo mio".
"Solo tuo? Allora o sei una madonna o sei una puttana!".
Mia madre era crollata, affranta. "Tu non hai mai avuto un padre. Non lo so chi è tuo padre. Ero una ragazzina ingenua allora, mi avevano invitata a una festa. Era gente importante, figli di papà ricchi e viziati.Mi avevano fatto bere, forse avevano aggiunto qualcosa nel bicchiere. Sono stato il loro spasso per una notte intera".
Ero uscito correndo per le vie fino a farmi scoppiare il cuore. Non volevo accettarlo. Mi era sempre mancato un padre, una figura maschile di riferimento. Invidiavo gli altri bambini che a scuola venivano accompagnati dai loro padri. Me ne ero costruito uno con la fantasia, un pilota d'aerei forte e leale, così come mi aveva raccontato mia madre. Balle. Balle! Balle! Balle! Ero un bastardo. Un lurido bastardo, figlio di nessuno. Me l'avrebbero pagata. Avevo deciso che non mi sarei mai innamorato. Non ci sarebbe stato spazio per l'amore nella mia vita.
Il cielo di New York è inclemente, sembra che voglia rovesciare sulla città l'oceano intero. Chiudo gli occhi. La testa mi scoppia. Vorrei vomitare, vorrei dormire, vorrei morire. Dio, che squallore la mia esistenza!
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  virginia foderaro il 24/01/08, 12:27 pm

“Andiamo Vane”, quel suo nomignolo mi mandava in bestia, sembrava un nuovo modo per accorciare le distanze fra noi, “si è fatto tardi. Sean ha deciso: ti prende a lavorare per lui. Il compenso sono 50 dollari al giorno”, aveva pronunciato con aria irremovibile Fanny, come a farmi intendere che dietro le quinte, in quella interminabile sosta in cucina, avessero parlato di me. Io li avevo uditi discutere a voce alta e poi niente più. Finsi di crederle, a me non importava nulla dei loro affari. E poi 50 dollari al giorno erano una cifra da fare girare la testa. Annuii con il capo e sorrisi compiaciuta. Con Sean avrei avuto modo più avanti di chiarire che non fossi una creaturina indifesa e senza carattere.
Mi voltai verso di lui che aveva indugiato a tornare sui suoi passi ed ora, rientrato nella stanza, appariva assai occupato a sfogliare un libro di fotografie in bianco e nero, con sfondi di paesaggi, grattacieli e cieli all’imbrunire. La sua improvvisa quanto impellente lettura era più importante di me? Lo guardai con insistenza, non avrei abbandonato per nessuna ragione il mio proposito di salutarlo, e fissai ancora nella sua direzione. Quella caparbia insistenza lo indusse a distogliere la sua attenzione dal testo e a riportarla su di me. Ricambiò la mia occhiata ma restò quieto. Forse avrebbe voluto dire: “A domani, piccola italiana. Vedrai, ne avremo di cose da dire”, ma tacque. Fanny mi spinse avanti a lei con gesti sbrigativi e imboccammo l’uscita.

Fanny era scivolata due metri avanti a me e non accennava a parlare, io la seguivo a distanza e fra di noi la lama di un gelo incolore divideva in due corsie l’aria che respiravamo. Avrei dovuto sdrammatizzare, e di sicuro avrei trovato il sistema.

Il portone d'ingresso aperto per metà era tenuto fermo da una cesta di biancheria da lavare che ne impediva la chiusura. Intorno vi erano anche altri pacchi, altri oggetti. Erano gli effetti personali di un condomino del piano terreno, lo pensai perché vidi la porta di un appartamento appena accostata. E quando poco dopo brevissimi istanti questa si aprì all’improvviso rimasi impietrita. Amanda? Amanda Medi viveva a New York?
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  Salvo Zappulla il 25/01/08, 06:49 pm

Niente male la bamboccia, sotto quell'aspetto da collegiale in vacanza si nasconde un vulcano. E aveva due chiappe deliziose, sode e ancora acerbe. Ah, le donne grande invenzione di Dio. Forse, fra tutte, la migliore. Strumenti musicali da far vibrare con il tocco delle mie mani. Mani d'artista, che plasmano, modellano, creano dipinti e piacere carnale con la stessa maestria. Mi affaccio alla finestra e nelle narici ho ancora il profumo di lei. Su New York si sta scatenando l'inferno. Dio è arrabbiato stasera. Volgo lo sguardo verso il cielo. Ma ci sarà poi un Dio, lassù? E anche se c'è non è il mio Dio. Mi è rimasto appiccicato addosso il profumo di lei, come una voglia che ti marchia la pelle. Quell'idiota di sua cugina, chissà quali pretese avanza su di me. Sono bastate due moine per farla sciogliere come neve al sole. Le donne, tutte uguali. Sollevo lo sguardo ancora verso il cielo. No, non c'è un Dio. Siamo noi, gli uomini, i beneficiari del nostro destino, ognuno sceglie la propria strada, c'è chi è nato debole e si accontenta di una vita modesta. La modestia è la condanna dei vinti. Io sono Sean, nato per stringere la vita dentro queste mani, mani che sanno accarezzare un pennello; mani che sanno accarezzare la pelle di una donna.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  virginia foderaro il 25/01/08, 09:03 pm

Come sono finita nella tela del ragno, senza via d’uscita? Questo uomo mi sta riducendo a un niente assoluto. Sono ridicola nella mia gelosia che vede ombre nascoste in ogni angolo della mia prospettiva miope di donna che ama disperatamente. Avrei dovuto evitare di trascinare dietro anche Vanessa. E’ tardi oramai, lei non mollerà la sua sfida. E’ giovane e dannatamente eccitante. Il suo sguardo pare voglia bruciare chi si mette sulla sua strada. Sean me lo ha detto un milione di volte, lui ama me. Le altre sono il suo cinico svago e lui ne resta immune, non si contagia. Quale amore è mai questo? Chiede tutto ma in cambio cosa restituisce? Quest'uomo mi ha insegnato a guardare l’arte in modo totale, la passione e il dolore. Oggi regina del suo castello, domani la sua sguattera, io sono questo e non ho scelta. Camminiamo in questa strada affollata, io e la mia cuginetta. Ora se potessi la cancellerei con un colpo di spugna. Torna a casa, prima che sia troppo tardi! La guardo, è innocente, mi sorride con una piccola smorfia che le illumina gli occhi. Non può non sapere di avermi ferita. Eppure pare che non abbia capito che in questo momento non le voglio parlare. Ci fermiamo al drugstore, devo comprare la cena. Due uomini seguono da un piccolo schermo la partita di baseball, tifano per gli Yankees, ma s'interrompono, distratti da lei. E’ bellissima. Sorride ancora, fa un cenno con la mano come per salutarli. Sembra pronta a firmare gli autografi questa sera Vanessa. Sta scegliendo la cena, è incantata da scatolette colorate di cui però non capisce il contenuto. Le tiene in mano, legge, rilegge, mi lancia un'occhiata. Le lascia e va oltre. Ora è vicina al frigo dei surgelati. Agguanta un vasetto di gelato. E' sicura della sua scelta e credo che per questa volta piuttosto che chiedermi aiuto si arrangerà con quel pasto leggero ma certo. Vorrei dirle che non ce l’ho con lei. E’ la vita che ci porta su percorsi inattesi, non mi resta che rimanere ad osservare. Domani sarà un giorno nuovo e porterà via l'amarezza segreta che mi sta torturando. Siamo a casa, lei va decisa in camera sua, nel mio studio, dorme lì. Ha capito che non voglio parlare.


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Il racconto telematico

Messaggio  Amarinta il 26/01/08, 12:30 pm

Fra le varie urla in casa di Sean, mi è sembrato di sentirne una disperatamente familiare. Un giovotto già attempato deve ancora portarmi la biancheria di seta appena lavata - perchè, sì, sono una poveraccia che campa badando a cani incontinenti, ma la biancheria la faccio lavare su commissione - e io ero mezzo addormentata sul letto quando ho sentito. Qualcosa. Quella vocina isterica mista ad un disperato bisogno di attenzione. Mi sveglio che il mio loft è immerso nel buio, ma la sua voce è ancora qui, fluorescente nella notte. La vedo. La sento eccheggiare. Se quella donnetta è davvero a New York, giuro che urlo fino a perdere la voce e comincio a pestare i piedi finchè non si consumano, e comincio a correre a testa ingiù sulle mani finchè non si consumano anche quelle - oh, per Diana, fà che non sia quella.

A mezzanotte faccio una rapida doccia, e resto nuda appoggiata al davanzale della finestra, coi capelli avvolti in un pesante asciugamano e le goccioline profumate che mi imperlano il corpo. Sto nella corrente del vento e fumo una sigaretta. La broncopolmonite è prossima, lo so. Ma ho bisogno del sentore selvaggio dell'aria allo stato brado, quando uso il sapone al sandalo. Lo stesso sapone che usava Gianni. Unisco quello alle sigarette e all'aria urbana, e quasi mi sembra di avere ancora lui su di me, dentro e intorno di me, ovunque.
Sono stata stupida, penso, mentre chiudo gli occhi e inalo il ricordo di lui e delle sue mani sul mio seno.
Sono stata stupida. Era ovvio che anche lei lo seguisse come un'ombra fedele. Quella ragazzina! Mi manca solo di vederla scondinzolare. Che dolce piccola fedele stupidotta. Lei deve aver seguito Gianni, come me. Con le sue speranze zuccherose e lo sguardo fiducioso. Da nausea, quella.
Se è davvero una delle nuove adepte di Sean, ci sarà da divertirsi. Chissà quando il giovane rampollo di Andy Wahrol la chiamerà di nuovo. Qualcosa mi dice che lo farà presto: Sean ama la carne fresca.
Forse è ora di cominciare a fare qualche visitina in più al caro vicino.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  Salvo Zappulla il 28/01/08, 11:31 am

Mi alzo presto. Ho voglia di uscire stamattina, desidero vedere gente, confondermi con il caos della città. L'ho sognata stanotte la ragazzina, l'ho sognata accanto a me e godeva come una pazza. Mi è entrata nel sangue. E nel cervello. Cazzo! Che succede, vecchio Sean, ti stai rincoglionendo? Mi rado. Mi guardo allo specchio. Perfetto. Mascella dura e occhi di ghiaccio. E la mia pelle resiste all'usura degli anni.
Si è abbassata la temperatura. Ha nevicato. Le strade sono coperte da uno strato bianco, candido e soffice, dove non sono arrivati gli schizzi di fango.
"Ciao Sean!".
La vecchia Rosy mi saluta dal balcone, sbircia sempre per vedere quando passo. La vecchia Rosy è nera di pelle e nera nel cuore, si porta addosso le conseguenze della poliomelite, una gamba secca e rigida. Eppure era riuscita a trovare persino un marito, e ci ha fatto pure una figlia. Glielo hanno ammazzato il povero Sam, due balordi, con una coltellata, per rubargli i pochi spiccioli dell'incasso ricavato dal chiosco dei fiori. Ora ci va la bambina a vendere i fiori ed è un grosso rischio. Sporca vita! E sporca città. Chi ha nulla non ha diritto all'esistenza.
"Ciao Rosy! Sei bellissima stamani".
"E tu sei una canaglia Sean, un'adorabile canaglia che dice bugie meravigliose".
La bambina dal chiosco mi vede, il suo sguardo si illumina, è intirizzita dal gelo, mi corre incontro buttandomi le braccia sul collo. Tutte le mattine le compro una rosa. "Piccola mia, non fa troppo freddo oggi per vendere i fiori?".
"Dobbiamo pur mangiare Sean".
"Umh... hai ragione". Tiro fuori dalla tasca cento dollari. "Toh, ti compro tutte le rose, però mi prometti che per oggi te ne vai a casa".
"Tutte!"
"Tutte".
"Ma cosa te ne fai?".
"Sono per la mia fidanzata, quella lassù sopra il balcone".
Mia mamma?".
"Tua mamma".
Si porta una mano alla bocca per trattenere la risata. "Ma è brutta!".
"Vai vai, portale i fiori e vattene a casa".
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  Salvo Zappulla il 29/01/08, 11:53 pm

Mi allontano felice per la mia buona azione. In tasca mi sono rimasti pochi spiccioli, ma che importa. Il sorriso di quella bambina non aveva prezzo. Uno scalpiccio alle mie spalle. E' ancora lei, musetto nero. "Sean! Sean! Oh, sei sordo?".
"Ti stai prendendo qualche confidenza di troppo, piccolina. Perchè non ti togli dai piedi? Ti avevo detto di andartene a casa".
"Sean, la mamma mi ha chiesto di invitarti a pranzo".
"Ma no, vado a farmi un hamburger da qualche parte".
Mi strattona per il braccio. "Dai, vieni da noi, sei sempre solo". Mi abbasso e la accarezzo sul capo. "Solo? Come, solo?".
"Sì, sei sempre solo".
"Ma se ho mille donne tra i piedi".
"Sei solo Sean. Non hai un amore vero".
"Senti senti, e che ne sai tu dell'amore?".
"Dai, vieni a casa, se no la mamma si offende". Mi conduce per mano verso la sua casa. Scorrono i pensieri come grani di un rosario. E' vero, sono solo. Non ho una donna che mi accudisce, mi stira i calzini, mi prepara la cena. Avventure, sesso, il piacere della carne. Ma un amore vero non l'ho mai avuto e non l'ho mai cercato. Una donna mia, tutta mia, che mi accarezza quando ho la febbre, una compagna con cui condividere gioie e dolori. Sono solo, solo, solo. Solo come un cane. Che pensieri! Mi sto rammollendo. Sto invecchiando. E la vita scorre via come sabbia che si vorrebbe trattenere dentro il pugno. Stringo forte per afferrarla ma mi sfugge, inesorabile.
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Il racconto telematico

Messaggio  Amarinta il 31/01/08, 02:12 am

Oggi non ho lavoro. Nessuno dei padroni vuole che il proprio cane esca. Ha nevicato, ieri, e stamattina l'aria è fatta di ghiaccio sciolto. Pensavo fosse perchè non volevano prendessero freddo. Invece, era perchè nessuno voleva che sporcassero i tappeti con il nevischio della strada. Quando me lo hanno detto, uno per uno e tutti insieme, non potevo crederci. Nessuno che avesse un secondo motivo. Nessuno che pensasse prima al proprio animale, o almeno a portarlo a giocare nella neve personalmente, con i figli. Non lo so.
L'America è un posto straordinario, per certi versi. Si idolatrano gli oggetti. Si antepone qualunque cosa agli affetti, alle creature viventi. Si diventa plastica, ossa, sorrisi patinati. Sembra così incoerente che sia venuta a cercare l'amore proprio qui. Per lui invece è un posto perfetto, devo ammetterlo. Per lui, e per persone come Sean. Chissà perchè alla fine finisco sempre a conoscere persone dello stesso stampo: gusci vuoti, indifferenti a qualunque tipo di sentimento. Puro magnetismo animale. Impronte nell'ombra del nevischio inosservato. C'è la neve splendente sui tetti, sulle cime degli alberi. Non le guarda nessuno.
Forse questo non è il posto per me. Non credo che ce la farò mai. Forse impazzirò prima di riuscire a trovarlo.

Passeggiando, quasi non mi accorgo di essere arrivata fino a Broadway. Un vecchio sogno, composto nei miei occhi ora che non m'interessa più. Se solo mi fosse successo l'anno scorso. Volevo recitare. Volevo fare le prove. Volevo vedere "Equus". Attori nudi e rapporti con psicologi e cavalli. Scandalo e bellezza, fra le luci della città sconosciuta. Sarebbe stato bellissimo, andare lì e tenerlo per mano.
Non so se potrò farlo davvero. O se mi interesserà ancora, se e quando riuscirò nel mio intento.
Se prima non ci riuscirà quella ragazzina, penso all'improvviso. La piccolina. Mi torna in mente come un lampo, lei e il suo irritante sorriso.
Impazzirò prima di trovare Gianni, se non riuscirò almeno a sbrogliare questa matassa. Devo sapere se lei è davvero qui.
Stamattina ho provato a bussare a casa di Sean. Mi ero perfino truccata. Ma lui non ha risposto.
Forse era impegnato in qualche sessione diurna con una novella illusa, chissà.
Quando tornerò a casa, busserò di nuovo. Perchè voglio sapere. Ma anche perchè mi sento sola. è strano che lo ammetta. Ma sono davvero sola.
Se non parlo al più presto con qualcuno, se non mi faccio una vera chiacchierata decente, mi si atrofizzeranno le corde vocali in gola; mi si riconoscerà solo quando piango.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  virginia foderaro il 01/02/08, 06:20 pm

Il mattino seguente mi alzai molto presto. Ero andata a dormire senza esprimere alcun parere sull'accaduto per evitare nuovi punti di collisione con Fanny che mi era sembrata astiosa. La mia cena fu un gelato di fragola e crema che consumai sdraiata nel letto. In quel piccolo market tutte le etichette erano incomprensibili, e mi accontentai dell’unico prodotto di semplice interpretazione. Nella notte avevo ripensato al susseguirsi di situazioni di quella balorda giornata. Fanny che mi aveva trascinata dal suo maestro dimenticando di informarmi che ne fosse l’ostinata amante. Sean che, oltre ad essere un gran seduttore, aveva avuto il pregio di desiderarmi nell’attimo stesso in cui si era trovato in mia compagnia. E questo senza dubbio aveva provocato in me il desiderio di lui. E poi Amanda. Era strana la vita del mio piccolo mondo. Sarei andata ad incontrarla e avrei chiesto notizie di Gianni. Sapevo che il fatto di trovarsi tutti nella stessa città avrebbe dato vita a una sequenza incalzante di eventi. Mia cugina non sarebbe stata contenta di assistere a quanto doveva ancora accadere e, sebbene non avessi un quadro preciso, comprendevo che tutto ciò avrebbe generato molti disastri.

"Guai in vista" dissi a me stessa, strizzando l'occhio alla mia immagine riflessa nello specchio del bagno. Mi pettinavo con cura sotto il getto di aria calda del phon. I miei capelli apparivano come una stola di seta, colore del miele, e mi rendevano fiera della mia esteriorità.

Indossai pantaloni verde militare con un golfino di lana dello stesso colore che mi avvolgevano nella loro morbida linea. Li avevo comprati il giorno prima nel negozietto all'angolo dell'isolato. Thomas, il proprietario, aveva insistito che li acquistassi insieme. A sentir lui sembravano cuciti addosso a me, provò a spiegarmelo a gesti e io avevo capito. Mi sentivo a mio agio e avrei aperto le porte del mondo a spallate quella mattina. Misi il giaccone di pelle nero e mi avviai. Fanny era seduta sul divano in soggiorno, con una tazza di caffé bollente nella mano sinistra e "Un uomo solo" di Isherwood in quell'altra; letture intense quella mattina! Non badò a me più di quanto non facesse nei confronti di un insettino insignificante. Mi convinsi che non dovette rilevare neanche il suono del mio "Io vado". Chiusi la porta dietro di me e sparii.

In strada camminavo a ritmo sostenuto, la neve era compatta e i miei décoltés con tacco dieci centimetri non facilitavano né il passo spedito né l'equilibrio in quella mattinata aperta a ventaglio su una quantità di nuove possibilità. Mi sentivo dannatamente bene nella mia pelle! Avrei affrontato Amanda e le avrei parlato francamente. Ci saremmo capite e magari una soluzione era alla portata di entrambe. Con questi pensieri nella testa procedevo in quel quartiere fatto a misura d'uomo, l'angolo di quella città che preferivo. Era un luogo vitale e anche più umano rispetto al resto in cui ero passata come una viandante in cerca di un punto dove fermarmi. Ma questo non ero in grado di dirlo sul serio.

Giunta davanti al portone di casa di Sean e di Amanda mi fermai, cercando di mettere a fuoco nella mia mente chi dei due avrei chiamato per primo.
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Il racconto telematico

Messaggio  Amarinta il 03/02/08, 12:30 am

Mi sveglio, e non so come sono tornata a casa. Ho la memoria labile. Forse ho bevuto, di nuovo, quando avevo giurato di non farlo più. Mi sveglio e sono inaspettatamente, meravigliosamente triste. Cosa non darei per andarmene, una mattina soltanto.
Saltare sui binari mentre sta arrivando il treno.
Afferrare la pistola di un poliziotto e spararmi in gola.
Andare in cima a qualche grattacielo e buttarmi di sotto.

Oppure, cadere a terra.
Quante volte ho l’istinto di andare a terra, così, e morire. Una marionetta a cui tagliano i fili e si affloscia per terra e non si rialza. Voglio fare proprio così. Senza un soffio, una parola. Un effimero epitaffio che nessuno scrive.
Gli estremi addii non sono roba per me, è questo il punto. Forse è anche per questo che sono venuta qui a cercare Gianni. Io non so mettere la parola "fine" a niente.
Quando bussano alla porta, so chi è prima ancora di guardare dallo spioncino.
Un fremito al cuore mi annuncia che Vanessa è rientrata nella mia vita, scoppiando energia come un faro. Torna a spingere urlando nel mio mondo, e adesso che ho la mano sulla maniglia nessuno può salvarmi dalla caduta.
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Re: Il racconto telematico

Messaggio  Salvo Zappulla il 05/02/08, 10:20 pm

Me le vedo venire incontro discutendo animatamente: Amanda e Vanessa. Anzi, stanno proprio litigando. Amanda è terribile quando tira fuori le unghie, la conosco bene, c'è una luce felina nel suo sguardo, sbranerebbe una rivale in amore. Vanessa non pare per nulla intimidita, riesce a tenerle testa, mi sorprende sempre di più la ragazzina, ha carattere da vendere, ha una forza dentro notevole. Non si è accorta di me e viene a sbattermi contro. "Oh, scusa...Sean!".
Rido sornione. "C'è aria di tempesta a quanto pare!".
"Ciao Sean. Vanessa e io stavamo discutendo su una cosa, ma nulla di grave". Amanda ha ripreso il controllo di sé. Ci tiene a non mostrare il peggio della sua personalità di fronte al grande pittore, ma io che la conosco bene, so quanto è perfida. Mi sta sulle balle e poi non mi va che maltratti la ragazzina. Decido di darle una lezione. "Ragazze vi andrebbe di bere un goccetto a casa mia? Tu, Vanessa, se non sbaglio, dovevi cominciare proprio oggi a posare per me".
Lei abbassa lo sguardo fingendo imbarazzo, ma in cuor suo è felice che l'abbia posta al centro dell'attenzione. Mi seguono entrambe. Ci chiudiamo la porta alle spalle. Verso loro da bere, intanto con lo sguardo accarezzo Vanessa. Amanda si innervosisce, se ne sta in disparte sul divano non riuscendo a comprendere dove io voglia arrivare. Sì, le sto dando proprio una bella lezione. Non credo la dimenticherà facilmente. "Su, Vanessa, comincia a spogliarti, ho già la tavolozza e i colori pronti, desidero un tuo ritratto". Guarda in direzione di Amanda. "Cosa c'è, ti vergogni di Amanda? Su, è il tuo lavoro, Amanda non ha nulla in contrario ad assistere". Amanda vorrebbe replicare qualcosa ma io con un cenno la invito a non disturbare. La ragazzina comincia a spogliarsi, si toglie la camicetta, il reggiseno. Non la mollo un attimo con lo sguardo. Lei ha capito il gioco e sorride in silenzio. Continua a spogliarsi più lentamente, con malizia. Via i pantaloni, le calze, gli slip. Ora è completamente nuda. Io mi avvicino e la tocco con la scusa di indicarle la posa migliore. Amanda freme di rabbia e di gelosia. Seduta in un angolo sorseggia il suo liquore e intanto vorrebbe affondare le unghie sul viso della ragazzina. Mi allontano un attimo per mettere in sottofondo una musica dolce. Il gioco si fa sempre più eccitante.
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